Art. n.131 - I difficili rapporti tra Italia e Germania dopo l'8.9.43.
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L'alleanza tra Italia e Germania, voluta da Mussolini e Hitler era pi una infatuazione tra i due capi di Stato che una effettiva unione tra due Stati su basi paritetici.

 

L'armistizio del 3 settembre liber l'Italia da una impopolare coalizione e permise di passare il 13 ottobre nella coalizione degli "alleati".

 

Tutto ci non fu un fatto indolore. L'Italia venne di fatto sottoposta alla duplice occupazione tedesca e alleata; sub gravosi oneri economici da parte tedesca.

 

Oltre a ci l'Italia dovette affrontare la prigionia di una parte consistente del suo esercito e la lotta partigiana diretta contro il ricostituito regime fascista e le forze di occupazione tedesca.

 

Nell'intento di disarmare l'esercito gli ex alleati tedeschi agirono con determinazione, durezza e senza alcuno scrupolo di camuffare la verit e, soprattutto, al di fuori di ogni legalit.

 

Le prime direttive circa la sorte dei militari italiani fa intendere che la Wehrmacht vuole disporre degli ex alleati come combattenti e come mano d'opera. In ogni caso evitare che diventino avversari, disarmando e avviando ai campi di prigionia.

 

Una prima direttiva del 7 settembre non globale ma riferita al solo settore del Gruppo di Armate B disponeva: "Gli appartenenti alle Forze Armate italiane e alla Milizia, che si dichiarino pronti a collaborare ancora coi tedeschi, devono essere riuniti e sottoposti a una sorveglianza molto discreta, finch non sar deciso il loro futuro impiego. Gli altri militari italiani saranno internati, fino a quando non si decider il loro rilascio". (1)

 

Due direttive sono illuminanti al riguardo. La prima a firma di Keitel porta la data del 9 settembre: "Soldati italiani, che non siano disposti a continuare la lotta a fianco dei tedeschi, devono essere disarmati e considerati quali prigionieri di guerra...... si dovr reperire tra i suddetti prigionieri di guerra tutto il personale specializzato, da utilizzare ai fini dell'economia bellica....." (2)

 

L'altra direttiva, inedita, almeno in Italia del 26 settembre 1943, proviene dal Comando Generale dell'Esercito, a firma del generale Zeitzler, del seguente tenore: "Il Fuhrer ha ordinato l'allestimento di 4 divisioni cacciatori italiane. Queste divisioni saranno composte come le analoghe divisioni tedesche". (3)

 

Solo in seguito, e precisamente il 20 settembre, Hitler invia nuove direttive: "Per ordine del Fuhrer e con effetto immediato, i prigionieri di guerra italiani non devono essere pi indicati come tali, bens con il termine di "internati militari italiani". L'Ambasciatore Rahn venne incaricato di informare il Duce che "per ordine del Fuhrer, i prigionieri di guerra italiani non sarebbero pi stati denominati prigionieri, bens internati militari". (4)

 

Per attuare questi obiettivi non si lasci intentato nulla. Si nascose agli italiani la sorte loro riservata e si attuarono una serie di direttive contrarie al diritto internazionale.

 

Come norma generale si dispose la fucilazione degli ufficiali che avessero opposto resistenza al disarmo, mentre i sottufficiali e militari dovevano essere disarmati e imprigionati.

 

In alcuni casi vennero emanati ordini pi severi, come la fucilazione di tutti gli ex alleati trovati in abito civile, senza alcuna formalit. Questa direttiva venne emanata dal Comandante il Gruppo di Armate E.

 

Un'altra inumana decisione del medesimo comando impartita il 16 settembre, riguardava la fucilazione dopo la cattura di tutti gli ufficiali che avevano opposto resistenza a Cefalonia, anche se non era stato ingiunto un ultimatum per la resa. Di questo eccidio esiste una numerosa bibliografia.

 

Lo status di "prigioniero di guerra" venne confermato per coloro che avevano combattuto contro i tedeschi. (5)

 

Con direttiva del 31.10.43 viene stabilito di considerare internato militare colui che "non vuole svolgere nessuna attivit per noi", mentre prigioniero di guerra era "colui che aveva combattuto in qualsiasi modo contro di noi". Ci valeva a seconda delle situazioni locali. Ad esempio a Rodi vennero considerati prigionieri di guerra i militari italiani non quelli che "avevano opposto resistenza attiva o passiva", ma solo "quelli che erano stati designati a causa del loro comportamento (resistenza, saccheggi, sabotaggio o rifiuto di svolgere attivit lavorative). Costoro vennero richiusi nei campi speciali di Gaddura e Campochiaro.

 

Da un punto di vista formale sembrerebbe che il passaggio da internato militare a prigioniero di guerra, inteso come termine pi restrittivo di "nemico", comporti un miglioramento nelle condizioni del catturato.

 

Tuttavia si deve ricordare che gli internati militari venivano avviati nei campi di concentramento del Reich, mentre i prigionieri di guerra venivano avviati sul fronte orientale. Ivi giunti venivano considerati internati militari.

 

Si deve ricordare che l'invio di questi militari al fronte Est era contrario alla convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.

 

E' interessante precisare che per i militari italiani che combatterono assieme agli anglo-americani venne riconosciuto lo status di "prigionieri di guerra occidentali" ma con l'aggravante che "l'alloggiamento lavoro e vitto di questi prigionieri devono differenziarsi visibilmente dal trattamento degli internati italiani assegnando loro gli alloggi e i posti di lavoro meno buoni". Questi prigionieri vennero lasciati separati dagli altri e riuniti nel campo secondario di Schellrode, dipendente dallo Stalag IX C di Bad Sulza. (6)

 

In complesso i tedeschi dal settembre al novembre 1943 trucidarono circa 6.300 militari italiani, ma estremamente probabile che la cifra sia decisamente maggiore.

 

Il numero dei militari deportati o degli "internati civili" si presume sia stato di 725.000/750.000 uomini quasi tutti confluiti in Germania, salvo per alcune migliaia di internati nelle isole dell'Egeo i quali, per difetto di mezzi di trasporto, rimasero in loco, mentre il numero dei militari italiani "disarmati" dalle forze tedesche assomma a oltre il milione di uomini.

 

Tralasciando i reparti che si opposero ai tedeschi e passarono agli ordini del Governo Legale, le alternative che man mano si presentarono ai "catturanti", e agli "internati militari" sono qui appresso elencati:

a) continuare a combattere con i tedeschi nei vecchi reparti (milizia etc);

b) arruolarsi nella Wehrmacht in qualit di volontario o ausiliario;

c) rifiutare la collaborazione coi tedeschi e affrontare l'internamento;

d) aderire alla R.S.I. e alle sue nuove forze armate;

e) aderire al servizio civile.

 

Ma si deve tenere presente gli obiettivi che si proponevano i vertici tedeschi e che possono riassumersi:

1 - non disponibilit alla costituzione di Forze Armate fasciste di una certa consistenza;

2 - utilizzo di personale italiano nelle forze armate tedesche;

3 - utilizzo degli internati quale forza lavoro nelle varie fabbriche.

 

Ne consegue che queste opzioni influenzarono pesantemente i desideri dei vertici della R.S.I. cos come influenzarono le scelte degli internati che venivano spinti a prendere una decisione che in ogni caso determinava il cambiamento del loro status di "internati militari" e di lavoratori coatti.

 

L'incentivo per spingere costoro a prendere una decisione era di carattere ideologico, patriottico, ma altres di ordine pratico, di migliorare la esistenza al limite della sopravvivenza negli Stalag nazisti.

 

Come contropartita si chiedeva di giurare fedelt al Fuhrer, nel caso di opzione per le Forze Armate tedesche, o al Duce, nel caso di adesione alla R.S.I.

 

Nel primo caso reputo che non pi di 20.000 uomini giurarono fedelt al Fuhrer mentre nel secondo caso circa 100.000 uomini aderirono alla R.S.I.

 

Nel caso di opzione per il servizio civile non veniva richiesta nessuna forma di giuramento, solo una adesione formale ai vecchi alleati. In cambio del lavoro nelle fabbriche e nella Organizzazione Todt i tedeschi assicuravano un vitto decente, con la speranza di giungere salvi alla fine del conflitto.

 

In questa prospettiva si pu senz'altro affermare che gli internati che resistettero alla lusinga degli arruolamenti e degli "ingaggi" dell'industria tedesca lo fecero con una logica e una presa di coscienza politicamente motivata che determinava un rifiuto totale di "collaborazionismo" tale da configurare una vera a propria "resistenza".

 

Ricordiamo ancora per l'ennesima volta le condizioni disumane all'interno degli stalag. L'alimentazione era al limite della sopravvivenza, il vestiario non li copriva dal rigido clima e si viveva in baracche malsane e sovraffollate. Negli Stalag infierivano malattie contagiose ed erano all'ordine del giorno angherie, atrocit e maltrattamenti.

 

A ci si aggiunga la discriminazione razziale verso gli italiani che impediva loro "di avvicinare donne o ragazze tedesche senza esserne autorizzati o di avere rapporti con queste".

 

Questa norma venne estesa anche ai lavoratori civili "per impedire relazioni indesiderabili tra lavoratori civili italiani e donne e ragazze tedesche". (7)

 

Ma esaminiamo nel dettaglio l'evolversi del lungo cammino degli internati militari italiani.

 

a) Le forze pi consistenti che decisero di continuare a combattere nei vecchi reparti in Italia furono parecchi, a cominciare dalla X MAS. Fuori del territorio nazionale tutto il personale della base atlantica di Bordeaux, personale navigante e forze di appoggio a terra decisero per la continuazione della guerra a  fianco dei tedeschi. Il 16 settembre 1943 aderirono 2.015 tra marinai e ufficiali.

 

b) Oltre 90.000 persone si dichiararono disposte a collaborare con la Wehrmacht in qualit di volontari combattenti o di ausiliari. Altri 60.000 almeno erano o saranno incorporati in qualit di ausiliari nell'artiglieria contraerea, specialmente in Francia e Italia.

 

c) Degli oltre 810.000 uomini catturati dall'esercito tedesco circa 600.000 rifiutarono ogni collaborazione e vennero internati nei campi di concentramento in Germania. La vita nello Stalag era molto dura, resa ancora pi dura dall'odio che il soldato tedesco nutriva per quello italiano, odio che probabilmente prevalicava il risentimento per il recente "tradimento" per risalire a molti anni addietro, al primo "tradimento" quando l'Italia, nella prima guerra mondiale abbandon la triplice alleanza per allearsi con Francia e Inghilterra.

 

d) Circa 15.000 uomini aderirono alla chiamata per formare le 4 divisioni in Germania. Nel dicembre 1943 10.900 ex internati erano gi stati scelti per formare i quadri delle divisioni italiane. Altri 13.000 uomini avrebbero contribuito a formare una Divisione Italiana SS, che si stava costituendo a Mnsingen, Buchenwald e Dachau oltre ad altri 3.000 uomini con compiti di polizia. Inoltre si presume che circa 10.000 internati vennero reclutati dall'arma dei carabinieri.

 

L'8 Ottobre 1943 Mussolini progett un "orientamento preliminare" da sottoporre ai vertici tedeschi per l'inquadramento del nuovo esercito repubblicano.

 

Tale progetto prevedeva il reperimento di 500.000 uomini da adoperare 300.000 nelle unit combattenti; 100.000 nell'organizzazione logistica e 100.000 di riserva.

 

Le forze a cui mirava il duce erano: 10 divisioni di fanteria; 10 divisioni granatieri corazzati; 5 divisioni corazzate, oltre ai reparti della Milizia da reperire dai vecchi reparti.

 

Venne inviato Graziani a Berlino a conferire con Hitler.

 

Lo Stato Maggiore tedesco oppose a questo progetto un proprio piano per la costituzione di 4 divisioni granatieri per una forza complessiva di circa 85.000 uomini. Gli elementi potevano essere tratti dai campi di concentramento tra gli internati militari.

 

Il 9 ottobre 1943 Graziani firm un accordo nel quale veniva concordata la costituzione delle 4 unit italiane in Germania.

 

Da notare che nelle disposizioni per trarre la forza occorrente dagli Stalag viene ribadito che "gli ufficiali in servizio permanente rimangono in prigionia, eccetto quelli indicati nominalmente dal Duce", e ancora "gli ufficiali di Stato Maggiore permangono in prigionia ".

 

L'avversione della R.S.I. verso gli ufficiali, specie se di Stato Maggiore, deriva probabilmente nella fedelt al re.

 

Le trattative con i tedeschi per formare il nuovo esercito della R.S.I. proseguivano col solito cerimoniale. Il Governo fascista avanzava delle proposte che lo Stato Maggiore germanico rifiutava, avanzando nel contempo delle contro proposte che venivano accettate o subite dal Governo della R.S.I.

 

Il 16 ottobre il generale Canevari espose che il Governo fascista per motivi politici non avrebbe potuto inviare in Germania per l'addestramento i militari di leva. Il feldmaresciallo Keitel non si diede per inteso e lo stesso intervento di Mussolini non raggiunse l'effetto sperato di reclutare da 50.000 a 60.000 soldati tra gli internati per formare le quattro divisioni in Germania.

 

In seguito i militari occorrenti vennero reclutati chiamando alla leva le classi dal 1924 al 1926.

 

Questo specifico particolare su un argomento tanto importante come la costituzione di una forza armata fa costatare a G. Schreiber nella sua opera citata nelle note "...dimostr la sua irrilevanza come capo del Governo di uno stato fantoccio".

 

Anche il lasciar passare sotto silenzio i massacri avvenuti nell'Egeo; la dura repressione per chi non voleva consegnare le armi subito dopo l'8 settembre, con la fucilazione di ufficiali italiani; le dure condizioni di prigionia degli internati militari; l'avere assoggettato tanti internati al lavoro coatto, in condizioni estremamente disagevoli; l'avere tollerato un odio feroce dei tedeschi verso degli incolpevoli internati, accusati a torto di rappresentare l'Italia "badogliana", fanno comprendere lo stato d'animo del Duce verso il Fuhrer, e la completa subordinazione del Governo fascista verso il proprio "alleato".

 

 

 

(1) G.Schreiber, i militari itlaliani internati nei campi di concentramento del terzo Reich 1943-1945, pagg.119/120, Stato Maggiore Esercito, Roma 1992;

(2) G.Schreiber, opera citata, pagg.120/1;

(3) Mundesarchiv - Militrarchiv, RW4 v.508 a.;

(4) G.Schreiber, opera citata, pag.122;

(5) G.Schreiber, opera citata, pag.223;

(6) G.Schreiber, opera citata, pag.227;

(7) G.Schreiber, i militari internati nei campi di concentramento del terzo Reich, pag.534.

 

 

Giuseppe Marchese

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