Art. n.214 - La Spedizione dei Mille
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LA SPEDIZIONE DEI MILLE

 

Eccoli i mille che si imbarcano, la sera del 5 maggio sui piroscafi Piemonte e Lombardo, di propriet della societ Rubattino, male armati e peggio equipaggiati per tentare di fare lItalia.

 

Impossibile non pensare alle difficolt. Un migliaio di persone eterogenee, quasi tutti senza esperienza di guerra, si accingono a partire alla garibaldina per una impresa che laltro era osteggiata dal Governo e soprattutto del conte di Cavour.

 

Per quanto era possibile la spedizione stata preparata con cura. Garibaldi, memore del fallimento dei fratelli Bandiera nel 1844 e di Carlo Pisacane nel 1857, aveva chiesto un segnale agli esuli democratici siciliani.

 

Il segnale venne il 4 aprile 1860 quando Francesco Riso, con un pugno di uomini, dette il segnale della rivolta in atto alla Gancia di Palermo.

 

Ed ecco i mille in mare. Inutile narrare le difficolt e delle peripezie dei novelli briganti calati al sud per fomentare linsurrezione della Sicilia, come affermavano i borbonici.

 

Ma la Sicilia era di tuttaltro avviso. Il 1860 era latto culminante di conflitto tra re e reame che aveva avuto un inizio nel 1820, proseguito nel 1837, definito nel 1848, completato in quellanno 1860.

 

Garibaldi stato soltanto il braccio armato  - e che braccio ! in cui si incanalavano le aspettative dei siciliani.

 

Ed ecco che le gesta dei mille, di Garibaldi, si fondono con la gesta dei picciotti che subito dopo lo sbarco si unirono a questi.

 

Subito dopo larrivo i malconci Mille ebbero la prima sensazione del comportamento della popolazione [1]

 

Il 15 maggio, alla battaglia di Calatafimi, erano gi presenti in prima fila le squadre dei siciliani che aprirono le ostilit con lodiato esercito borbonico. [2]

 

A maggior riprova ecco un riepilogo dellaccaduto alla battaglia di Calatafimi scritte da Giuseppe Capuzzi a pagina 53 del suo volume Non distavamo un miglio da Vita che il nostro corpo fece sosta Le bande armate intanto continuavano a capitare e passavano oltre Al vedere la folla di persone che accorreva, pensavamo un tratto che forse lopera nostra riusciva inutile, essendo le squadre abbastanza forti e numerose da pugnare da se stesse linimico

 

Anche il generale Garibaldi concorda che vi fu un entusiasmo collettivo Le genti della Trinacria, fratanto, accorrevano ad ingrossar le file dei Mille. Alcamo accoglieva i vincitori con tanto entusiasmo di cui sono capaci quei fervidi Meridionali. Partitico fece di pi: vedendo i nemici, che s crudeli erano stati cogli abitanti, ora sbandati e fuggenti, quella popolazione diede loro addosso e sino le donne trucidarono di quei disgraziati. [3]

 

La spedizione continua la sua marcia verso Palermo sempre con le difficolt del terreno e di un esercito che cercava di bloccare laccesso a Palermo.

 

Per evitare lostacolo Garibaldi, col grosso delle truppe, prosegue per Piana degli Albanesi, raggiunge Gibilrossa e attacca Palermo da sud-est.

 

Di questa abile manovra il generale dice: Ma la colonna principale dei millegiunse a Gibilrossa, ove il generale La Masa aveva riunito buon nerbo di squadre siciliane, e di l tutti riuniti si attu la famosa marcia di notte, per sentieri asprissimi, sulla capitale dei Vespri, presidiata tuttora da quindici mila soldati delle migliori truppe dellesercito borbonico. [4]

 

Mentre Giuseppe Capuzzi annota: Si avvicinava la notte quando noi partimmo; eravamo divisi in due colonne, la prima percorreva il monte, laltra percorreva il sentiero ch alle sue falde. Tutti per ci riunimmo al convento di Gibilrossa. La trovammo le bande armate che seco noi dovevano entrare in Palermo. Dagli sguardi, dai movimenti, appariva lorgoglio di quella gente desiderosa di prendere parte coi Cacciatori delle Alpi al cimento della pugna. [5]

 

Ed eccoci infine a Palermo. Siamo al 26 maggio e ancora le bande armate entrano in azione, narrati dal generale Garibaldi: Era la mezzanotte quando Cozzo, dopo di aver riunito i cinquanta coraggiosi figli di Palermo, marciava risoluto allassalto (del forte) di Castellammare, presidiato da cinquecento uomini da molta artiglieria e colla parte del mare protetta dalla flotta borbonica. Schierata a poca distanza [6]

 

Lindomani i garibaldini arrivano alle porte di Palermo, accolti da un caldo benvenuto Era la mattina del 27 maggio.si procedeva celermente.Il primo scontro avvenne alle Teste dove la strada fiancheggiata da due giardini..Si continu la marcia in mezzo al fuoco fino a un quadrivio dove fu costruita la prima barriera mentre i regi dal convento di S. Antonio mandandoci una grandine di proiettili tentavano dimpedirci di proseguire. Gli abitanti a quello passeggiare di fucilate abbandonarono le case e scesero sulla via adorni di coccarde ed armati di schioppi, pugnali, stocchi, pistole. Era lalba della libert. [7]

 

Garibaldi e la Sicilia esultano Si rimaneva quindi padroni dellIsola intiera, meno le tre fortezze (Messina, Agosta, Siracusa) suaccennate ed a tanto aveva contribuito anche molto ladesione, quasi simultanea di tutte le citt della Sicilia, alla splendida rivoluzione.

 

Giubilate pure, uomini e donne che contribuiste alla liberazione della Patria ! A che vale la vita dello schiavo ! Non meglio morire ? Palermo libera e cacciando i tiranni, val ben la pena dessere fiere di giubilarne.

 

La superba capitale dei Vespri, come pure i suoi volcani, manda ben lungi le sue scosse e crollano al gagliardo suo ruggito i troni che posero  le insanguinate fondamenta sulla impostura e sulla tirannide. [8]

 

Le gesta dei mille e dei siciliani proseguono a Milazzo, ma gi sono arrivate due spedizioni di rinforzo dal continente comandate da G. Medici e E. Cosenz. La prima parte dellepopea termina il 28 luglio con la resa di Messina.

 

Termina lopera degli insorti e subentrano i poteri costituiti. Il prodittatore di nomina regia, il plebiscito, lannessione, la leva obbligatoria, la repressione contro i contadini a Bronte tanti tasselli di una storia che continua a non piacere a molti. Stavamo meglio quando stavamo peggio?

 

Forse, se non si tiene conto di una qualit che mancava nella nostra vita, la libert, lassolutismo regio, lo stallo dentro un sistema che non ammetteva deroghe ai privilegi.

 

La mia opinione rimane soggiogata a quanto uno sparuto gruppo di uomini compirono guidati da una squattrinato e vecchio generale, che con caparbia risolutezza rifiut onori e prebende sempre in rotta di collisione col potere, col re sabaudo, con Cavour, con la Farina, con tutti i cortigiani di palazzo.

 

 

[1] (verso Salemi maggio) Lungo le valli che passammo, si assembravano i contadini battendo le mani e gridando: Viva la talia; dallespressione dei loro volti appariva la gioia di vederci, Eravamo entrati in Salemi e una folla immensa di popolo che dai punti pi culminanti aveva collo sguardo seguito i nostri passi, si accalc intorno a noi; vi fu un ricambio di cortesie e di amplessi. La musica coi suoi concerti salut la nostra venuta, e le campane suonarono lallegrezza Giuseppe Capuzzi, La spedizione di Garibaldi in Sicilia - memorie di un volontario, pagina 44, Antares Editrice, Palermo 2003.

 

[2] Il nemico, credendo daver a che fare forse colle sole squadre (composte da Siciliani), essendo i mille al coperto, invi baldanzoso alcune catene di tiratori con adeguati sostegni e due mezzi da montagna  E subito dunque, si tocc a carica generale e lintiero corpo dei Mille, accompagnato da alcuni coraggiosi delle squadre, mosse a passo celere alla riscossa. Giuseppe Garibaldi, I Mille, pagina 31, Edizione nazionale degli scritti di Garibaldi, volume III, L. Cappelli Editore, Bologna, 1933.

 

[3] Giuseppe Garibaldi, I Mille, pagina 43, Edizione nazionale degli scritti di Garibaldi, volume III, L. Cappelli Editore, Bologna, 1933.

 

[4] Giuseppe Garibaldi, I Mille, pagina 73, Edizione nazionale degli scritti di Garibaldi, volume III, L. Cappelli Editore, Bologna, 1933.

 

[5] Giuseppe Capuzzi, La spedizione di Garibaldi in Sicilia - memorie di un volontario, pagina 111, Antares Editrice, Palermo 2003.

 

[6] Giuseppe Garibaldi, I Mille, pagina 72, Edizione nazionale degli scritti di Garibaldi, volume III, L. Cappelli Editore, Bologna, 1933.

 

[7] Giuseppe Capuzzi, La spedizione di Garibaldi in Sicilia - memorie di un volontario, pagina 112/4, Antares Editrice, Palermo 2003

 

[8] Giuseppe Garibaldi, I Mille, pagina 96/8, Edizione nazionale degli scritti di Garibaldi, volume III, L. Cappelli Editore, Bologna, 1933.

 

 

IMMAGINI E DIDASCALIE:

 

Figura 1 - Lettera da Alcamo 26 dicembre \860 con la quale si invia un suggello con la impronta della trinacria.

 

 

Figura 2 - Fronte della lettera precedente con la quale si spedisce il suggello con limpronta della trinacria. Come si nota lemblema nazionale ormai sostituito con lo stemma sabaudo.

 

 

Figura 3 - Manifesto a stampa sulla leva obbligatoria imposta in Sicilia.

 

 

Figura 4 - Lettera spedita da Mirabella il 20.7.2025 per citt, con lemblema della trinacria. Il simbolo venne poi sostituito col simbolo dello Stato sabaudo.

 

 

Figura 5 - Lettera da Castroreale 18 giugno 1860 con la quale si chiede a un comune viciniore di approntare una squadra di volontari per la tutela della sicurezza interna.

 

 

Figura 6 - Lettera dal Comando del Battaglione Firmaturi per larrivo di due ufficiali del Corpo. Il Battaglione Firmaturi fu uno dei corpi approntati dalle squadriglie sicule in appoggio ai mille.

 

 

Figura 7 - Lettera intestata del Comando della Colonna Mobile di Monreale a firma del Maggiore Comandante Chiusi Firmaturi.

 

 

Figura 8 - Lettera da Monreale 31 luglio 1860 intestata 4 battaglione cacciatori dellEtna e Guerriglie Siciliane a firma del Comandante il Battaglione Chiusi Firmaturi.

 

 

Figura 9 - Manifesto a stampa del 5 giugno 1860 riportante la resa delle forze borboniche che ancora la presidiavano.

 

 

Figura 10 - Lettera del 22 agosto 1860 da Monreale con la quale si richiede un alloggio per una compagnia al quartiere dello spasimo.

 

 

Figura 11 - Lettera da Alcamo 22.10.60 a Calatafimi, probabilmente portata con mezzi del Comitato, con limpronta della trinacria di Alcamo.

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Marchese

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